[9 - 18: queste son situazioni di contrabbando]
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La storia che fluisce tra gli anni 70 e 80 piroettando e sculettando come solo un sambista è in grado di fare in un bagno di sangue e di pallottole mi è piaciuta.
La condanna del vivere in una favela di Rio che niente ti regala se non un incessante istinto famelico della sopravvivenza tra chi ha più fame di te.
Cabeleira
Cabelo Calmo
Vida Boa
Camundongo
Ze Pequeno
Manè Galinha.
…. E altri 100 come loro.
E muoiono tutti con del piombo in corpo.
Ma l’epica della violenza esige adeguata contropartita di eroi, Paulo Lins lo sa bene.
E lo so anch’io. Come so anche che ogni epos merita la sua eccezione: Manè Galinha lo è.
Da Paulo Lins non ho avuto risposta, quindi dopo questo ultimo appello procederò.
Rapirò Paulo Lins.
Perché Manè Galinha non deve morire.
Lo convincerò e scrivere Città di Dio 20 anni dopo (o la vendetta, parte II, scontro finale) con il ritorno di Manè Galinha.
E ho già un paio di idee per il verosimile rientro di Manè:
1) era tutto un grande sogno.
2) era una simulazione perché Manè Galinha era un informatore della polizia che lo ha inserito in un programma di protezione nel Paraiba dove Manè ha vissuto 20 anni facendo il rosticciere.
3) è morto davvero ma poi è stato resuscitato da un rituale Umbanda.
4) era semplicemente svenuto di indigestione perché il churrasco di Zè Gordo fa più danni di una pistolettata nella panza.
5) era solo un po’ stordito perché sul satellite si era visto 5 minuti di ‘Italia al voto’ del tg1.
E mica mi mancano altre varianti ma a ognuno il suo mestiere.
Non voglio sentire ragioni, con le buone o con le cattive: Paulins, datti da fare.
Il post tradizionalista, sebben che siamo (donne, ma anche no)